INTERVISTE AI GRANDI DEL PASSATO
L’intervista impossibile a Costante Girardengo, il campione che ha fatto la storia del ciclismo italiano
Ci sono campioni che appartengono alla loro epoca e altri che, invece, sembrano appartenere per sempre alla storia del ciclismo.
Costante Girardengo è uno di questi.
Nato a Novi Ligure nel 1893, Girardengo è stato uno dei primi grandi miti del ciclismo italiano. Un campione capace di conquistare due volte il Giro d’Italia e di diventare, molto prima dell’epoca di Fausto Coppi e Gino Bartali, uno degli sportivi più amati dal pubblico italiano.
Era un ciclismo completamente diverso da quello che conosciamo oggi.
Le strade erano spesso difficili, le biciclette pesanti, le gare durissime e l’assistenza quasi inesistente. Il corridore doveva contare soprattutto sulle proprie gambe, sulla propria resistenza e sulla capacità di affrontare la fatica.
Girardengo fu protagonista di quella stagione pionieristica e ne diventò uno dei simboli.
Per la nostra rubrica “Interviste ai grandi del passato”, proviamo allora a immaginare di incontrarlo ancora una volta. Un viaggio nella memoria attraverso una conversazione che non è mai realmente avvenuta, ma che vuole raccontare l’uomo e il campione attraverso le sue imprese.
Costante Girardengo, cosa significa per lei essere ricordato ancora oggi?
«Significa che qualcosa è rimasto.
Quando correvamo non pensavamo a quello che sarebbe successo tanti anni dopo. Pensavamo alla strada, agli avversari e alla prossima corsa.
Se oggi qualcuno pronuncia ancora il mio nome, significa che quelle pedalate non sono andate perdute.»
Il suo ciclismo era molto diverso da quello di oggi.
«Era un altro mondo.
Le biciclette erano diverse, le strade erano diverse e anche il modo di prepararsi era diverso.
Ma una cosa non è mai cambiata: quando sei in bicicletta e la strada comincia a salire, devi pedalare.
Puoi avere la bicicletta migliore del mondo, ma alla fine sono sempre le gambe a parlare.»
Lei è stato uno dei primi grandi campioni popolari italiani. Quando ha capito di essere diventato un personaggio?
«Quando ho iniziato a vedere sempre più persone lungo le strade.
All’inizio pensi soltanto a correre. Poi ti accorgi che la gente viene lì per te.
Capisci che non sei più soltanto un corridore. Sei diventato qualcuno che rappresenta qualcosa per gli altri.»
Ha mai sentito il peso di questa popolarità?
«La popolarità fa piacere, ma può anche diventare una responsabilità.
Quando sei un campione, la gente si aspetta che tu dia sempre il massimo.
E io ho sempre cercato di farlo.»
Il Giro d’Italia rappresenta una parte fondamentale della sua carriera.
«Il Giro era una grande avventura.
Non bastava essere forte per una giornata. Bisognava esserlo per tanti giorni, affrontare la fatica, il maltempo, le strade difficili e gli avversari.
Vincere il Giro significava dimostrare di essere riuscito a resistere a tutto.»
Lei lo vinse nel 1919 e nel 1923. Quale delle due vittorie porta maggiormente nel cuore?
«Sono due vittorie che appartengono a momenti diversi della mia vita.
La prima ti dà la consapevolezza che puoi essere un campione.
La seconda ti fa capire quanto sia difficile restare al vertice.
Per questo le ricordo entrambe con grande affetto.»
Qual era la cosa che temeva di più durante una corsa?
«La stanchezza.
Non la paura di perdere. Quella fa parte dello sport.
La vera sfida è capire quanto puoi chiedere al tuo corpo prima che sia lui a dirti basta.»
Era un ciclismo fatto anche di sofferenza.
«Sì.
Ma la sofferenza faceva parte della nostra vita di corridori.
Quando arrivavi al traguardo dopo una giornata terribile, magari non avevi più nemmeno la forza di parlare.
Però sapevi di aver fatto qualcosa che non tutti potevano fare.»
Quanto contava la testa?
«Tantissimo.
Puoi avere gambe fortissime, ma se nella testa inizi a pensare che non ce la fai, hai già perso qualcosa.
Bisogna continuare a credere di poter arrivare.»
Lei è stato anche un grande protagonista delle corse di un giorno.
«Le corse di un giorno hanno un fascino particolare.
Hai una sola possibilità.
Non puoi pensare alla tappa successiva. Devi giocarti tutto lì.»
Qual è la sensazione più bella che può provare un ciclista?
«Passare per primo sul traguardo.
Ma forse c’è qualcosa di ancora più bello: sapere di aver dato tutto.
Perché puoi perdere una corsa ed essere comunque orgoglioso della tua giornata.»
A un certo punto della sua carriera arrivò una nuova generazione di campioni.
«È la legge dello sport.
Arrivano sempre ragazzi più giovani.
Quando sei tu quello che vince, pensi che durerà per sempre. Poi arriva qualcuno che va più forte.
Devi accettarlo.»
Tra questi giovani ci fu anche Fausto Coppi.
«Fausto era un ragazzo particolare.
Aveva qualcosa che si notava.
Non aveva bisogno di fare grandi gesti. Bastava guardarlo pedalare.
Quando vedevi un ragazzo così, capivi che poteva avere davanti a sé qualcosa di importante.»
Lei ebbe modo di conoscerlo da vicino. Cosa ricorda di quel giovane Coppi?
«La serietà.
Aveva una grande voglia di imparare.
E soprattutto aveva una caratteristica fondamentale: non sembrava mai completamente soddisfatto.
Voleva sempre capire come migliorare.»
Avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato il Campionissimo?
«Quando un ragazzo è giovane non puoi sapere dove arriverà.
Puoi soltanto riconoscere il talento.
Poi saranno le corse a raccontare il resto.»
Il suo nome è stato associato per primo al termine “Campionissimo”. Che effetto le fa sapere che poi sarebbe stato utilizzato anche per Coppi?
«Nessun effetto particolare.
Un soprannome non è una proprietà.
Se qualcuno lo merita, lo prende.
E Fausto lo meritò.»
Cosa pensa che sia rimasto del suo ciclismo nel ciclismo moderno?
«La passione.
Quella non cambia.
Possono cambiare le biciclette, le strade, le squadre e il modo di correre.
Ma un ragazzo che sale in bicicletta perché vuole vedere fin dove può arrivare è esattamente uguale a quello che eravamo noi.»
Se potesse vedere una grande corsa di oggi, cosa guarderebbe per prima cosa?
«Guarderei il volto dei corridori.
Le gambe le conosciamo tutti.
Ma il volto racconta la fatica.
E quella è rimasta uguale.»
Che consiglio darebbe a un giovane che sogna di diventare un campione?
«Gli direi di non pensare subito alle vittorie.
Prima deve imparare ad amare la bicicletta.
Se ami davvero quello che fai, puoi affrontare anche le giornate difficili.
Le vittorie arriveranno, oppure non arriveranno.
Ma la passione deve rimanere.»
E se potesse tornare per un giorno sulle strade del suo tempo?
«Sceglierei una strada qualsiasi.
Non importa quale.
Vorrei soltanto risentire il rumore delle ruote sull’asfalto, sentire il vento in faccia e vedere la gente ai bordi della strada.
Perché è lì che ho capito cosa significava essere un ciclista.»
Un’ultima domanda, Costante. Dopo tutto quello che ha vissuto, che cos’è davvero il ciclismo?
«Il ciclismo è fatica.
È coraggio.
È solitudine.
È sacrificio.
Ma soprattutto è libertà.
Perché quando sei sulla bicicletta e davanti a te hai una strada, per qualche momento non esiste nient’altro.
Esisti tu, la tua bicicletta e la strada che devi percorrere.»
IL PRIMO CAMPIONISSIMO
Costante Girardengo è stato molto più di un grande vincitore.
È stato uno dei primi uomini a trasformare il ciclismo italiano in un fenomeno popolare, contribuendo a costruire quel legame profondissimo tra il pubblico e le grandi corse che sarebbe diventato ancora più forte con le generazioni successive.
Dopo di lui sarebbero arrivati Binda, Bartali, Coppi e tanti altri campioni.
Ma la storia dei grandi miti del ciclismo italiano passa anche da Novi Ligure e da quel corridore che, con la sua bicicletta, le sue vittorie e la sua straordinaria capacità di entrare nel cuore della gente, fu chiamato il primo Campionissimo.
E ancora oggi, quando si parla delle radici del grande ciclismo italiano, il nome di Costante Girardengo torna inevitabilmente in gruppo.

