Azzurri d’oro

Sono gli Europei della definitiva consacrazione del settore endurance della Federazione. In un solo giorno, come accaduto un anno fa a Berlino, i nostri quartetti volano nelle finali per il titolo e regalano le prime due medaglie alla Nazionale: un oro e un argento. Diversamente da quanto accaduto ad ottobre dello scorso anno, però, questa volta il titolo va ai ragazzi di Marco Villa, stratosferici soprattutto nella semifinale con la Gran Bretagna. Nella sezione pomeridiana, infatti, Elia Viviani, Francesco Lamon, Liam Bertazzo e Filippo Ganna acciuffano praticamente sul filo di lana la finale, annichilendo i britannici con il tempo di 3’54”778. Nell’altra prova, la Svizzera supera i campioni in carica della Francia con un tempo molto più alto. La finale appare una formalità. Marco Villa, per non commettere errori e per mantenere alto il ritmo, sostituisce Liam Bertazzo con Michele Scartezzini. Il risultato non cambia. Contro gli elvetici la prova non è mai in discussione. Così per la prima volta un quartetto maschile dell’Italia conquista il titolo continentale, regalando un oro ad un Viviani in formato monstre, che torna sul gradino più alto del podio alla sua prima uscita su pista dopo le Olimpiadi di Rio.

Italia Tricoloriglasgow
“Non è mai facile quando sali in bici e disputi una gara – ha detto Filippo Ganna ai microfoni della RAI -. Sapevamo di poter fare bene anche se l’avvicinamento a questo appuntamento, a causa della chiusura del velodromo di Montichiari, non è stato dei migliori. Poi abbiamo capito che il lavoro e la determinazione paga sempre. Con questo titolo europeo possiamo lavorare in modo tranquillo pensando a Tokyo2020”.

“Appena arrivato a Glasgow – ha detto Michele Scartezzini – non avevo buone sensazioni e l’ho comunicato al CT. Poi per questa finale è stato Liam a dire che non se la sentiva di correre la finale ed io, a differenza degli altri giorni, stavo veramente bene. Grazie anche alla fiducia e incitamento da parte dei miei compagni ho tirato fuori tutta la grinta che avevo ed è andata bene. Sono felice soprattutto per i miei compagni che hanno costruito questo successo giorno dopo giorno”.

Anche Francesco Lamon è soddisfatto: “Difficile affrontare la Gran Bretagna; abbiamo dato tutto fin da subito, poi nell’ultimo chilometro ci siamo accorti che stavamo recuperando e questo ci ha dato ancora maggiore forza. Siamo contenti anche perché abbiamo conquistato punti importanti in chiave Ranking olimpico”.

Podio Inseguimento Donne
Coraggiosa e di grande carattere la prova delle rocketgirls di Dino Salvoldi nella finale contro la predestinata Gran Bretagna. Già nel primo round i destini appaiono segnati, con un grande tempo per il quartetto britannico, di 5 secondi circa più basso delle nostre Letizia Paternoster, Elisa Balsamo, Marta Cavalli e Silvia Valsecchi (4’16”731 contro 4’21”005). Nella finale le azzurre hanno provato a vincere, com’era giusto che fosse, visto anche che erano le campionesse uscenti (per due anni consecutivi). Hanno tentato di tenere il ritmo delle britanniche, seguendole sul loro campo. Ci sono riuscite fino al terzo chilometro. Poi si sono disunite, lasciando il campo libero alle avversarie. La medaglia d’argento, però, non può passare certo come una sconfitta, vista l’età delle ragazze; tre quarti del quartetto è composto da ragazze di circa venti anni. Paternoster, Balsamo e Cavalli rappresentano il futuro; il quartetto messo in pista a questi Europei è in perfetta continuità con il progetto di crescita annunciato da Dino Salvoldi, che sapeva di dover inserire gradatamente, su un gruppo consolidato e vincente, le nuove leve.

Nonostante queste considerazioni, però, la delusione si legge sul volto delle azzurre: “Arrivare ad un soffio dall’oro e non conquistarlo è come un sogno che non si realizza. Ma noi siamo fiduciose, lavoreremo ancora sodo e lo faremo per raggiungere un sogno ancora più grande” afferma la dicianovenne Paternoster.

Anche per Marta Cavalli c’è un po’ di amaro: “Arrivare fino a qui e vedere sfumare l’oro non è piacevole. Anche in considerazione del duro lavoro che c’è stato prima. Ma abbiamo avuto l’occasione e l’unica cosa che sapevamo di poter fare contro un colosso come la Gran Bretagna era quella di spingere a tutta e tentare di contenere queste atlete. Sul finale c’è mancato ritmo e forse anche gambe. Non abbiamo inoltre avuto la possibilità di allenarci sui quattro chilometri e questo ha inciso. Voglio però vedere questa medaglia come un punto di partenza, non certo di arrivo!”.

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